Da Agorà News del 01/07/2007
di Giulia Cantarella
www.agoranewsonline.com
(Sez. Costume e Società)
La Sicilia non è solo mare, montagna, sole. Non è solo mafia, silenzi, stereotipi. E’ una terra collocata al centro del Mediterraneo, una terra di stratificazione culturale, una culla che ha dondolato meticci e partorito talenti. Perché non farne un centro di promozione della lingua italiana? Pensate alla Scuola poetica siciliana: sono da rintracciare qui i primi germogli del nostro idioma. Perché, allora, tante resistenze? Gaia Napoli, responsabile didattica della Scuola Ulisse (www.scuolaulisse.it), Centro di lingua e cultura italiana situato nel cuore di Catania, ci racconta come coniugare l’amore per proprie origini, la passione per il proprio lavoro e, soprattutto, la stima per una lingua musicale e sensuale quale la nostra.
- Chi siete?
Non amo gli organigrammi, elencarti nomi e mansioni svilirebbe l’osmosi che si respira nella nostra Scuola. Siamo un gruppo di persone giovani che si conoscono profondamente, che hanno viaggiato molto, collezionando esperienze all’estero pur continuando a nutrire un febbricitante amore per le proprie origini. Persone fresche accomunate della convinzione che si possa parlare della propria terra in una forma anche diversa, persone che hanno voglia di fare in una realtà dove spesso ci si arresta solo al dire. Uno staff di giovani che lavorano insieme, ma che, nello stesso tempo, prendono una birra una volta terminata la parentesi lavorativa. Siamo uniti da una forte empatia che rende la nostra professionalità ancora più accesa. Spesso gli studenti sono, per noi stessi, un’occasione per trascorrere del tempo insieme. Anche quando subentrano nuovi insegnanti o l‘organico si allarga, la nostra premura è mantenere alto lo spirito di gruppo. Ci curiamo di creare delle situazioni altre, ci preoccupiamo di inserire i nostri studenti dentro dei contesti comunicativi e culturali assolutamente locali: non c’è quest’isola che è la Scuola e poi fuori una Catania sconosciuta. I nostri studenti non rimangono chiusi nel loro viaggio individuale. Da noi, qualcosa di personale diventa collettivo. Conduciamo i nostri ragazzi “per mano”; facciamo conoscere loro i luoghi più nascosti, più intimi, più interessanti, luoghi non necessariamente turistici ma non per questo meno degni di nota. Attraverso il momento conviviale o di divertimento, cerchiamo di far capire qual è il nostro bagaglio, ma sempre con la massima apertura e curiosità nei confronti dell’altro. Spiegare ad un inglese come si mangia una granita con una brioche è la cosa più divertente, ma la “soddisfazione” più grande è vedere lo stesso inglese che mostra ai nuovi arrivati come ci si “relaziona” davanti ad una colazione così bizzarra. Essere invitati a casa di un tuo ex studente francese ed essere accolti con una pasta alla Norma, è qualcosa che ti riempie. Ti fa sorridere, ma è sintomatico di tante cose.
- Ulisse: uomo virtuoso, astuto, vincente. Ogni piccola grande impresa ha il proprio cavallo di battaglia. Rimanendo in termini omerici, qual è il cavallo di Troia del vostro centro culturale?
Se intendi il punto di forza della struttura, indubbiamente l’accoglienza e la disponibilità che offriamo ai nostri studenti sono la nostra carta vincente. La filosofia della Scuola Ulisse è seguire i ragazzi in tutto il loro percorso di studio, sia nella parte più propriamente didattica, quindi d’aula, sia nei momenti in cui gli studenti sono liberi di visitare la città e regalarsi escursioni nelle meraviglie della Sicilia. I nostri studenti escono dalle aule ed entrano nei mercati, nelle piazze, seguono percorsi culinari, musicali e letterari. Difficilmente uno di loro lascerà la Sicilia senza aver visitato la Casa del Nespolo di Verga, senza aver assaporato il barocco di Noto o Ragusa o senza aver assistito ad una rappresentazione classica al teatro di Siracusa. Noi offriamo massima professionalità e cura ma una grande parte del successo del nostro lavoro lo dobbiamo al mare di Vendicari, alla Valle dei Tempi di Agrigento o all’Etna con le sue improvvise e spettacolari eruzioni. Il turista rimane affascinato e, quando può, torna.
- Da dove è nata l’idea del vostro progetto?
Sicuramente dalla consapevolezza della necessità di promuovere tanto una terra come la nostra, quanto una lingua dalla lunga e dignitosa tradizione come quella italiana. L’avere creato una piccola isola linguistica proprio a Catania è un quid che ci contraddistingue. Fino a pochi anni fa, era ancora forte la convinzione che le regioni deputate a promuovere la lingua del nostro Paese fossero altre, ma non la nostra.
- Firenze, culla del Rinascimento e patria della nostra lingua perfetta. Un catanese, di fronte ad una vacanza studio nelle terre spagnole, sceglierebbe città castigliane e non catalane. Perché uno spagnolo dovrebbe recarsi a Catania e non Firenze?
Smentisco subito. Io stessa, per una vacanza studio prima, per lavoro poi, ho scelto una città catalana pur consapevole delle “difficoltà” di apprendimento cui potevo andare incontro per quanto riguarda il castigliano.
Però, in questo caso, stiamo parlando di una situazione di bilinguismo. Il nostro caso è diverso, non vedo una differenza: gli studenti non si trovano davanti uno standard linguistico quasi perfetto, come quello fiorentino, ma nemmeno un’altra lingua, come accade di fatto in alcune regioni della Spagna. L’alternativa non è un dialetto a 360 gradi: a Catania non si parla siciliano in qualsiasi contesto socio comunicativo. E poi, se si riflette, la possibilità di aggiungere delle note di colore dialettali a quello che è l’apprendimento di una lingua, è un punto di forza più che di debolezza. Attraverso il dialetto, se proprio di dialetto vogliamo parlare, si capisce moltissimo della cultura di un popolo. Ad esempio, il dialetto siciliano conserva stratificazioni arabe e, grazie ai due secoli di dominazione ispanica, spagnole. Ecco, spesso, attraverso sfumature e inflessioni dialettali, si creano dei varchi linguistici che diversamente non potrebbero emergere con la stessa facilità.
- Qualsiasi siciliano cosmopolita confermerebbe: all’estero il binomio Sicilia = mafia è ancora una realtà tristemente diffusa. Credi che quest’immaginario, peraltro ancora rinforzato da cinematografia e derivati, possa costituire un deterrente per un progetto quale il vostro?
Ti dico no, però aggiungo che purtroppo, anche da parte di strutture che fanno il nostro stesso mestiere, questo binomio a volte è stato usato strumentalmente, per creare commercio: si organizzano seminari, corsi di approfondimento su un fenomeno, quello mafioso appunto, complesso e di non facile approccio.
A scuola, qualche anno fa, ho avuto una ragazza tedesca, appassionata studiosa del fenomeno mafioso, che aveva scelto la Sicilia per una vacanza studio proprio per ritrovarne le radici. Sottomessa dall’immaginario cinematografico e mediale che alimenta questo cliché, cercava segnali e luoghi. Poi, probabilmente, ha capito che si trattava di una terra dalle mille contraddizioni, una terra in cui non è così semplice andare a rintracciare determinati elementi. Credo che a segnarci sia più il retaggio di una mentalità che la mafia condensata ed impacchettata in una sola parola.
- Gli italiani sono stati sempre viziati dalla cultura del doppiaggio. Escludendo la musica internazionale, il suono di lingue differenti rimane una realtà lontana per la maggior parte della popolazione dello Stivale. Viceversa, lo straniero non può non conoscere frasi come la benignana firma de “La vita è bella”. Credi che l’assenza di doppiaggio all’estero agevoli gli stranieri nell’apprendimento di lingue altre?
Vedere un film in lingua originale è uno strumento didattico prezioso. Da persona che ha viaggiato e che ha visto film in lingua originale, tremo all’idea di proporre ai miei studenti film stranieri in cui gli attori subiscono il filtro del doppiaggio. Per questo proponiamo solo pellicole italiane. Sarebbe un controsenso. Con tutto rispetto per quest’industria, il problema è nostro. Dobbiamo aprirci, abituarci ai suoni delle altre lingue.
Grazie a testi di cantautori come Mina o Modugno (per fare solo qualche illustre esempio) ed a storiche pellicole nostrane (penso alla grande produzione neorealista!), tutto il mondo ha conosciuto il nostro Paese, la lingua italiana e, attraverso questa, ha potuto apprezzarne l’eccezionale musicalità. E’ paradossale la nostra situazione: noi doppiamo in italiano film che vengono dall’estero; ci preoccupiamo di comprendere, però poi, paradossalmente, siamo chiusi, non riuscendo a promuoverla in maniera efficace. La diamo quasi per assunto, l’amiamo inconsapevolmente. Paesi come la Spagna e la Francia, forse, potrebbero insegnarci come bisognerebbe promuoverla.
Ringrazio Gaia per questa lunga chiacchierata scambiata in riva al mare, lungo la costa di Acitrezza. Il primo maggio, mentre tutti erano lontani da tematiche lavorative, noi univamo l’utile al dilettevole: la brezza marina e la passione per i nostri mestieri.